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Il grande bluff di Alexis Tsipras


di Francesco Maria Toscano

L’era di Tsipras in Grecia è finalmente terminata, ma i danni prodotti dal traditore ellenico si faranno sentire ancora per molti anni. Il leader di Syriza, sedicente “sinistra radicale”, arrivò al potere promettendo ai suoi concittadini una netta discontinuità con un passato fatto di tagli e inutili “sacrifici”.

| Il referendum del 2015 |

Nel Luglio del 2015, nel pieno cioè di una battaglia che vedeva contrapporsi i legittimi e democratici rappresentanti di un popolo libero e i suoi aguzzini tecnocratici (DraghiLagardeJuncker), si tenne un referendum che verteva sul tema dell’austerità. “Siete voi disposti ad accettare un ulteriore piano di “risanamento” imposto dai “cravattari” della Troika”?, questo era in estrema sintesi il senso autentico di un quesito che toccava le corde profonde di un popolo greco ferito ma non domo.
Il risultato fu strabiliante. Oltre il 60% dei greci respinse nell’urna i progetti liberticidi pianificati da pochi ascari al servizio di un manipolo di usurai globalizzati. A quel punto apparve chiaro a tutti in Europa e nel mondo come l’arte della democrazia costituisse la più potente e nobile forma di resistenza da opporre alla violenza cieca e barbarica dei cosiddetti “mercati finanziari”.
Sennonché, appena passata l’euforia del momento, Tsipras divenne protagonista e promotore della più infame, indegna, illogica e meschina piroetta che la storia politica recente ricordi. Messo alle strette dai vertici dell’Unione Europea, l’ex premier greco sconfessò in un baleno il risultato del referendum proponendo di continuare a ubbidire alle istituzioni Bruxelles come se nulla fosse avvenuto.
La democrazia nel Vecchio Continente è finita in quell’istante.Da quel momento in poi nessuno poteva più negare in coscienza la natura prettamente cosmetica del “rito democratico”, simulacro stanco costretto a riconoscere la supremazia di poteri diversi, autoreferenziali e oligarchici. Mutuando alla perfezione gli schemi e i metodi di associazioni come Cosa Nostra, i vertici del sistema usuraio internazionale vollero allora mandare a tutti un messaggio chiaro e inequivocabile: dall’euro si esce solo da morti. E infatti, passati altri quattro lunghi anni, nessuno è ancora riuscito a rompere la gabbia della moneta unica.

| Inizia l’era Mitsotakis |

Ma a parte la soddisfazione nel vedere adesso sconfitto il vile Tsipras, il risultato del voto greco di ieri è in definitiva oltremodo deprimente. Il profilo del vincitore
Mitsotakis è quello del classico proconsole allevato e selezionato nei templi del capitalismo finanziario cosmopolita, avamposto di un sistema senza volto e senza emozioni che domina con la freddezza e il cinismo di un mero algoritmo. Mitsotakis continuerà a colpire i suoi concittadini con la stessa ipocrita ferocia di quelli che hanno governato prima di lui, forte di una legittimazione popolare ottenuta con la frode, con la paura e con l’inganno.
Gli eroici greci che nel 2015 avevano ancora la forza di ribellarsi e combattere si sono tristemente arresi. Sanno – grazie a Tsipras – che il loro voto non conta nulla e, se nulla conta, tanto vale eleggere un uomo come Mitsotakis, maggiordomo dichiarato e gradito ai padroni che occupano la Grecia di oggi (“i mercati festeggiano!”) così come i nazisti di Hitler la occupavano nel 1941(cambiano le forme ma non la sostanza).

| La Grecia, un esperimento di laboratorio per i tecnocrati |

Come dimostro nel mio libro Dittatura Finanziaria,
la Grecia è stata un esperimento di laboratorio, un macabro test utile per capire quanto fosse possibile archiviare la democrazia in Europa senza correre in prospettiva troppi rischi.
Naturalmente tutte le sofferenze imposte ai greci negli ultimi dieci anni non hanno risolto e non sono servite a  nulla. L’aumento dei suicidi e della mortalità infantile è stato fine a sé stesso (leggi il mio articolo).
Basti pensare che il debito pubblico greco oggi è pari circa al 180% del Pil, prima del “risanamento” si aggirava intorno al 100%. Questa semplice osservazione racconta che il “modello mondialista” umilia e uccide non per rispondere alle esigenze neutre di una economia interconnessa che non ammette sentimentalismi, ma per il puro piacere di farlo: la banalità del male.

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